La Bellezza della sensualità (visita al Museo Erotico di Barcellona)

Naviganti della Bellezza, ben trovati!
Ci eravamo lasciati una settimana fa nella struttura labirintica di Horta, a domandarci quali insegnamenti potessimo trarre da quel tragitto. Quest’oggi, per allontanarci un po’ (ma non troppo) dai quesiti filosofici, ci riportiamo verso una dimensione apparentemente più materiale e immediata: la sensualità. Il Capitano ha fatto un giretto all’interno del Museu de l’Eròtica di Barcellona, e ora stanza dopo stanza porterò tutti voi a compiere lo stesso viaggio. Una promessa, però: ci direte tutto quello che avete percepito nei commenti, ok?

Partiamo da un preambolo doveroso: il museo in questione è stato il primo a dedicare all’argomento dell’erotismo un’attenzione totale, che comprendesse sia l’aspetto didattico (all’interno si trovano didascalie, libretti, filmati video, guide), sia quello giocoso (cartonati per fare fotografie, sculture, giochi interattivi). Sorge sulla Rambla, al numero 96, e ospita talvolta eventi dedicati alle scuole (parliamo di classi della scuola secondaria, che includono nei loro programmi ministeriali un sano e giusto approccio all’educazione affettiva).

All’ingresso troverete un bicchiere di champagne incluso nel biglietto ad attendervi, che potrete anche scegliere di consumare una volta terminato il giro all’interno del museo. A termine della visita, potrete anche recensire positivamente ciò che avete visto e ottenere gratuitamente un souvenir (una lozione massaggiante per il corpo). Ma cosa troverete all’interno? Bene, il nostro viaggio comincia qui.

La prima stanza viene dedicata alle antiche civiltà esistite sul Pianeta, in un excursus sull’Antico Egitto, l’antica Grecia e la civiltà romana (con alcuni reperti appartenuti al Paleolitico superiore). Per contrasto, e per onestà antropologica, vengono mostrati anche resti di raffigurazioni orientali a tema erotico, con l’argomento della sessualità vissuta in maniera completamente diversa. In particolare, nella sfera delle emozioni di coppia, è interessante analizzare il testo dell’ Ananga Ranga dell’autore Kalyana Malla, scritto interno al 1172 DC, che oltre a passare in rassegna le differenze fisiche delle donne appartenenti alle varie culture, ritiene che la chiave del fallimento di molti rapporti di coppia risieda nella mancanza di stimoli nella vita sessuale. Un approccio senz’altro moderno, se si considera l’exploit che pratiche come il bondage hanno avuto di recente (grazie a tristissimi episodi letterari che non nominiamo per rispetto della Letteratura) per ravvivare dinamiche sessuali che vengono spesse ignorate, ma che risultano senz’altro importanti per stabilire un rapporto duraturo basato sulla soddisfazione di entrambi i partner coinvolti nella relazione.

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Dopo essersi imbattuti in oggetti d’artigianato singolari, riproduzioni di stampe, disegni, nonché fotografie di artisti del XIX e XX secolo, ci si ritrova in uno dei punti più atipici e interessanti del museo: la video collezione privata (resa poi pubblica, evidentemente) del Re Alfonso XIII, commissionata appositamente dal sovrano, le cui riprese sono avvenute nel quartiere del Raval.

Tra gli appuntamenti più interessanti, è senz’altro degno di nota la parte del museo che più mi ha deliziato: quella dei grandi geni della pittura. Grandi classici vengono riprodotti per illustrare le diverse sfaccettature di significato che i termini erotismo e sensualità hanno avuto negli anni. Parliamo di opere di Klimt, Goya, Velàzquez, Rubens

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Altre peculiarità che troviamo sono senz’altro la sezione dedicata ai record sessuali o quella del giardino erotico, nel quale vengono proposte immagini della natura che ruotano attorno al tema della sessualità.

Cosa mi è piaciuto di più? Due cosucce, che in realtà sono mondi a parte: in primis, non ho potuto non apprezzare la sorta di cartellone umano invitante rappresentato dalla statua dell’intramontabile Marilyn Monroe (a volte, nelle ore di punta, sono le stesse guide che si affacciano al balcone antistante il meraviglioso mercato della Boqueria vestendo i panni dell’indiscussa Diva americana); in secondo luogo, la mini scultura dedicata a Betty Boop, l’icona d’animazione degli anni ’30 che rivoluzionò il mondo buffonesco dei cartoni con sapiente sensualità e stile… bella ritrovarla in un contesto che celebra la vita nei suoi aspetti più vividi!

Gustatevi la nostra galleria fotografica

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La nostra visita termina qui, ma non finiscono le nostre escursioni dedicate alla Bellezza. Se rimanete sintonizzati vedrete che continueremo instancabile a ricercarla in ogni dove, perché le Visioni creano Bellezza.

Capitano

RUNTIME radio: è ufficiale!

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Stiamo registrando la seconda stagione di VISIONSmakeBEAUTY, nuove interviste per nuove Visioni di Bellezza, ma nel frattempo il nostro programma è diventato parte di un progetto che ci entusiasma davvero: RUNTIME radio_la webradio non solo geek!

Entrate e ascoltate i programmi in rotazione, troverete molte novità e soprattutto potrete far parte anche voi della nostra grande e appassionata famiglia.

Io vi aspetto lì, ma il blog rimarrà aperto e potrete sempre ascoltare le puntate di VISIONSmakeBEAUTY come al solito.  Non avete scuse!

A prestissimo, Folks

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La Bellezza del Labirinto

Ben trovati, naviganti alla lettura!

Grazie per la vostra compagnia e benvenuti ad una nuova Visione di Bellezza dal mondo.

Vi porterò in un luogo straordinario, foriero di tradizione e innovazione, di turismo e di ricerca. Parliamo di Barcellona, metropoli affacciata sul mare capace di collezionare, in soli cinque mesi, ben 21 milioni di visitatori. Un luogo vibrante di turismo e di pellegrinaggio che attrae curiosi da ogni parte del mondo, persino un curioso che già conoscete: il Capitano!

Nel dicembre dello scorso anno ho scelto di visitare una località che da molto esercitava su di me il suo richiamo di sirena: il labirinto di Horta. Sono molte le ragioni che mi hanno portato in quel luogo particolare: il mio amore per il mistero, il fascino storico del contesto e anche e soprattutto i rimandi letterari e cinematografici attorno al concetto di labirinto.

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Labirintico, infatti, era il Palazzo costruito da Dedalo per rinchiudere l’orribile mostro che era il Minotauro, ma labirintica era anche la conformazione del campo di scontro dell’ultima prova in cui Harry Potter e Cedric si sfidano per il Torneo Tremaghi in Harry Potter e il Calice di fuoco; labirintica è la scrittura di Ariosto nell’ Orlando furioso, la biblioteca di Borges, il percorso che compie l’Alice di Carrol; Labyrinth è il titolo di una canzone di Elisa, ma anche e soprattutto il titolo di un film che annovera tra i protagonisti l’immenso David Bowie.

C’era dunque un tratto ancestrale in me che pretendeva di essere ascoltato e così è stato. Venite con me…

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Il Parco del Labirinto è situato nella zona nord della città, a Horta-Guinardo, fuori dal centro propriamente turistico della movida spagnola. La sua costruzione risale al 1791 ed è una rovina della monarchia spagnola in Catalunya, per volere del Marchese e proprietario terriero Joan Antoni Desvalls di Ardena. Il Marchese viene tutt’oggi ricordato per il suo stile di vita tranquillo e pacifico e i piaceri più raffinati ai quali si dedicava maggiormente si riflettono nell’architettura del Parco, con una costruzione monumentale e due giardini, uno in stile romantico e uno in stile neoclassico.

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La parte romantica ha in sé una distesa meravigliosa di fiori, una cascata, un canale popolato da cigni che risale al 1853 ed era in origine adibito all’irrigazione, connettendo in un circuito unico le fontane, i laghetti e i torrenti, per non sprecare l’acqua. Quella neoclassica, invece, vanta al proprio interno il vero e proprio Labirinto, di 820 anni, al centro del quale c’è la statua del dio dell’amore Eros, mentre nella parte superiore si rende omaggio al dio dello svago, dell’ebbrezza e del vino: Dioniso.

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Nelle vicinanze del Parco, se ci andrete, potrete anche ammirare il teatro all’aperto, dove si riversano quotidianamente piccoli gruppetti di bambini che non mancheranno di deliziare la vostra visita con la loro semplicità ridanciana.

E’ difficile spiegare l’incanto dell’intrigo in poche parole: le immagini, molto probabilmente, potranno rendere molto di più. I vostri occhi, meglio ancora.

Ma è rimasto in me un grande insegnamento: il labirinto mi ha rivelato le complessità insite in ogni scelta di percorso, proprio mentre si decide quale svolta seguire e quale curva omettere nel tragitto. Mi ha mostrato imponente che bisogna ricordarsi di ogni errore, per proseguire al meglio la via, e che l’istinto è un buon alleato, ma non l’unico: le piccolezze e i dettagli compongono un tassello segreto di indizi chiave, sempre pronti ad offrire la risoluzione quando li ricomponiamo nella nostra mente. Simpaticamente, questo intreccio magistrale di siepi mi ha ricordato che persino il nostro stesso cervello è un gomitolo di ripiegamenti intricati fra loro, che percorrono le due stanze principali (i nostri emisferi): dobbiamo esplorare ogni richiamo, senza avere fretta di essere soltanto l’una o l’altra cosa, perché la risposta potrebbe risiedere dentro un risvolto trascurato e nascondere sollievi e tanta, tanta Bellezza in agguato. Bisogna tenere alta la guardia delle nostre percezioni senza l’angoscia di portarsi subito verso l’uscita: potrebbe essere quella errata.

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Qualche informazione utile se siete interessati ad andarci?

L’entrata costa solamente €2.17, mercoledì e domenica sono giorni raccomandabili perché è gratis, è aperto sette giorni su sette e l’indirizzo è il seguente: Passeig dels Castanyers. Se vi si presenta l’occasione, vi consiglio la visione di questo breve documentario, rende l’idea della Bellezza del posto (in castigliano e inglese).

Non ci resta che augurarvi tutta la Bellezza possibile e darci appuntamento alla prossima Visione di Bellezza. Tenete sempre presente una grande verità: le Visioni creano Bellezza.

E la Bellezza migliora le nostre vite, dico bene?

La Bellezza delle Principesse Disney… in versione rock!

Cari naviganti della Bellezza in ogni sua forma,

benvenuti a una nuova Visione! Quest’oggi avrei piacere di farvi conoscere, tramite alcune delle sue illustrazioni più famose, l’artista illustratore e designer Joel Santana. Qual è il merito di quest’artista? Aver voluto stravolgere l’immagine standard della protagonista Disney docile e dolce a favore di un look da pin-up tatuata e rockettara.

Il suo lavoro ci ha ricordato, per certi versi, la ricerca effettuata dall’artista visiva Dina Goldsteinche ha ricreato situazioni di disagio partendo proprio dalle protagoniste Disney. L’intero filone, va detto, è da ricercare in una serie di proteste e indignazioni che negli ultimi anni hanno portato sceneggiatori e produttori a rivalutare la figura della principessa Disney. Se infatti ai tempi della nostra infanzia, con personaggi quali Biancaneve, La Bella addormentata nel bosco o Raperonzolo il loro destino era sempre dipendente dall’impresa eroica di un Principe azzurro, il movimento femminista mondiale (nonché qualche persona di buon senso, aggiungerei timidamente io) ha richiesto a gran voce modelli femminili diversi, di spessore, avventurosi. Sono nate così, negli ultimi anni, la Principessa Merida di Ribelle o Elsa di Frozen, proprio sulla scia del capolavoro Mulan, fuori da ogni schema già all’epoca. Voi cosa ne pensate?

Ad ogni modo, tornando a noi: come avrete modo di vedere, potrete trovare Biancaneve con un sette tatuato sulle braccia riflesso grazie allo Speccho delle Brame, ciocche viola tra i capelli e una sigaretta in bocca, ma anche Ariel che, mai dimentica delle sue origini legate al mare, ha su di sé tatuaggi a sfondo acquatico. Irresistibile, dico bene? Queste che vedete sotto sono solamente alcune delle opere realizzate dal creativo in questione. Per maggiori informazioni potete andare qui, proprio sul sito ufficiale. Buona Bellezza a tutti! E mai dimenticare: Visions make Beauty!

  • se siete interessati al processo di creazione >>> curiosate qui!

 

La Bellezza della resilienza, l’avventura di Salvador Alvarenga

Il mare non ha paese nemmen lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là dove nasce e muore il sole.

(Giovanni Verga)

Bentrovati cari appassionati delle nostre traversate lungo le scie delle visioni che creano bellezza nel mondo!

Quest’oggi ho il piacere di raccontarvi un’altra storia che ha dell’incredibile e che potrebbe, visto che siamo tutti affezionati alla letteratura, trovare un riscontro romanzesco nelle parole di Daniel Defoe o anche di Edgar Allan Poe (mi riferisco a quel capolavoro poco conosciuto che è Le avventure di Gordon Pym).

lost fisherman Salvador Avarenga making radio contact after landing on Ebon Atoll

L’uomo che vedete nell’immagine si chiama Salvador Alvarenga e la sua storia ha fatto in breve il giro del mondo, lasciando tutti senza fiato per il coraggio, la forza e la capacità di resistere. Ma andiamo con ordine.

Salvador Alvarenga è un pescatore proveniente da El Salvador che all’epoca dei fatti aveva 36 anni e che lasciò la costa del Messico in una piccola imbarcazione insieme a un compagno di avventure e fu colpito da una terribile tempesta che lo spinse fino all’atollo Ebon, municipalità delle isole Marshall. Per 14 mesi patì la fame, la sete, la solitudine, lo sconforto e nonostante ciò, grazie alla sua capacità di resistere agli eventi, propriamente chiamata resilienza, sopravvisse. La sua storia ha dello straordinario.

Tutto ebbe inizio il 12 novembre 2012, giorno in cui l’imbarcazione di Alvarenga e del suo compagno Ezequiel Córdoba fu duramente colpita da una tempesta, che inizialmente non intimorì i nostri prodi: d’altra parte Alvarenga è un ex capitano e sentì, nell’immediato, di poter rilanciare la situazione recuperando l’itinerario della rotta. Ma qualcosa andò storto e un’infinità di sfortune cominciò a ostacolare l’avventura dei nostri.

Allontanandosi sempre più dalla zona costiera, l’imbarcazione cominciò a essere appesantita dalla quantità di acqua presente a bordo, che Córdoba ostinatamente riversava in mare con secchiate decise. Intanto Alvarenga, che cominciava a comprendere che la situazione non era delle più ordinarie, protesse il frigorifero di riserva che conteneva gran quantità di pesce. Se solo fosse stato possibile raggiungere una costa, il denaro non sarebbe stato affatto insufficiente: con la quantità che avevano portato a bordo avrebbero potuto acquistare cibo e bevande per almeno una settimana. Inoltre Alvarenga, che non era sprovveduto, si era equipaggiato per ogni evenienza con una massiccia quantità di benzina, sardine da pesca, ami, un arpione, coltelli. Ma anche una radio e un segnale di GPS (sfortunatamente incapace di resistere all’urto continuo d’acqua).

Córdoba non era stato il compagno inizialmente designato per l’avventura: Alvarenga avrebbe di gran lunga preferito Ray Perez, amico di una vita e collega, che si era però ricreduto all’ultimo minuto. Era stato a questo punto che Alvarenga, pur di non rinunciare alla sua avventura, aveva reclutato un ventiduenne dal soprannome Piñata che viveva nella laguna, dalle straordinarie capacità fisiche, in grado di lavorare non stop per 12 ore al giorno. L’inesperienza, però, giocò un brutto scherzo ai nervi del giovane, che dalla tempesta in poi non fu in grado di fornire il giusto supporto, gridando e svolgendo il minimo necessario per rimanere in vita il più a lungo possibile.

Ma Alvarenga non si diede per vinto: continuò a indirizzare l’imbarcazione verso le coste, affidandosi alle sue capacità di orientamento metabolizzate lungo il corso di una vita intera. Ma proprio quando la direzione era giusta e si cominciava a scorgere l’orizzonte, a sole due ore da terra, il motore cominciò a tossire e anche l’ultima riserva di benzina svanì del tutto. E con essa il ritrovato entusiasmo di poter porre fine all’increscioso avvenimento.

Fu allora che chiamò la Costa Azzurra, dichiarando loro che il segnale GPS aveva smesso di funzionare e rivelando che non avevano un’ancora di salvezza. L’amico Willy lo rassicurò comunicandogli che sarebbero presto arrivati a salvarli dal pasticcio. Ma il mare incontrollabile fece il suo corso e l’appesantirsi dell’imbarcazione, sempre più sovraccarica di pesce, non agevolò la situazione. Alvarenga capì la gravità della situazione e indossò il giubbotto di salvataggio e un salvagente, riponendo proporzionatamente i carichi sull’imbarcazione affinché non si ribaltasse in mare, nonostante il peso sempre maggiore. Con l’inasprirsi delle onde e con l’allontanarsi dalla costa, anche il segnale radio smise di funzionare. Senza GPS, senza contatto radio, senza risorse di carburante, Salvador Alvarenga cominciò ad avvertire la morsa del terrore puro.

Il freddo cominciò a tormentare i due naviganti: stretti l’uno contro l’altro cercavano di riscaldarsi il più possibile e di resistere al freddo dell’acqua che puntualmente raggiungeva i bordi dell’imbarcazione ed entrava, e delle raffiche di vento che la facevano continuamente oscillare senza sosta. Alvarenga, accortosi che gli approvvigionamenti andavano ormai scarseggiando, optò per una nuova tecnica di pesca: si chinava in mare con le braccia alla ricerca di qualunque cibo commestibile  e lo afferrava a mani nude per riportarlo a bordo. Una volta catturato, l’animale veniva colpito sul bordo dell’imbarcazione finché non moriva e una volta morto Piñata era solito pulirlo e lasciarlo al sole ad essiccare. Ma il cibo era scarso, procurarselo era un’impresa difficile ed estenuante e immergere la testa in acqua provocava ovviamente profondo dolore ad Alvarenga, scosso dal freddo e dall’immane fatica. Come se non bastasse ogni piccolo cimelio che riuscivano a rimediare veniva consumato crudo, in assenza di mezzi con i quali cuocerlo. “Ero così affamato”, dichiara Alvarenga, “che presi l’abitudine di mangiarmi compulsivamente le unghie fino a vederle sanguinare.”

Non era chiaramente solo il cibo, l’unico flagello a colpirli. Era la sete, la più implacabile delle disgrazie. Alvarenga, a questo punto, suggerì al suo amico di sventura di bere urina, salata ma non rivoltante. Con l’acqua di mare, poi, Salvador sapeva che era meglio non immischiarsi troppo. Berla sarebbe stato come firmare un contratto di morte istantanea. Dopo 14 giorni in mare aperto una tempesta di pioggia tornò a colpire l’imbarcazione. I due amici si sdraiarono in lacrime con la bocca spalancata a inumidirsi le labbra. Dopo giorni di urina e sangue di tartaruga, l’acqua piovana sembrava un miracolo straordinario. La pioggia fu sapientemente trattenuta a bordo, i due riuscirono a vincere il desiderio di riempirsi la pancia senza sosta.

Dopo settimane e settimane, Alvarenga era diventato esperto nel distinguere i rifiuti in mare ed era riuscito a recuperare bottiglie e sacchi dell’immondizia. Si arrangiavano così: resti di chewing gum, latte rancido, scarti di cene. Tutto era migliore del digiuno assoluto.

Nel silenzio totale, i due si fecero una promessa: se uno dei due fosse riuscito a sopravvivere, avrebbe raggiunto la madre dell’altro e si sarebbe scusato per essersi comportato così scioccamente e per aver sfidato le onde. Córdoba cominciava ad avvertire lo spettro della morte e trascorreva le giornate lamentandosi e chiedendo la grazia a Dio in lacrime. La morte arrivò tra un lamento e l’altro. Morì ad occhi aperti. Alvarenga, per gorni, finse che nulla fosse accaduto. Continuò a fare tutte le attività che aveva svolto: il recupero di rifiuti in mare, la pesca alla bell’e meglio, l’attesa di una goccia di pioggia salvatrice. Ma poi il trauma lo colpì dritto al cuore sei giorni dopo. Lavò i piedi dell’amico, lo svestì come in rituale, lo abbracciò per l’ultima volta e in un pianto a dirotto lo lasciò andare in mare, per non appesantire ulteriormente l’imbarcazione.

Furono la forza di volontà e il rifiuto per il suicidio a tenere in vita Alvarenga, che nel frattempo, da solo e lontano da rinforzi, cercava conforto nella sua immaginazione e nelle sue conoscenze. Suo nonno, da piccolo, gli aveva insegnato come tenere conto del tempo a seconda dei cicli lunari. Ne aveva contati 15.

Mesi più tardi, quando pensava che la morte sarebbe ritornata a bordo per raccogliere anche il suo corpo consumato dalla fame e dalla sete, uno stormo di uccelli lo risvegliò dal torpore e l’intorpidimento si tramutò in forza quando vide davanti ai suoi occhi un isolotto. Prese una decisione drastica: prima si tolse il salvagente e poi decise che, nel bene o nel male, quello sarebbe stato l’epilogo del suo folle viaggio.

Si concluse nel bene, fortunatamente. Facendosi trasportare dalla corrente, rannicchiato come una tartaruga, giunse a Tile Islet arenandosi a riva. Fu ritrovato dalla coppia Emi and Russel e racconta che nonostante non comprendessero le rispettive lingue cercarono di aiutarlo il più possibile. Che anzi: meno si capivano e più divertenti e surreali diventavano i dialoghi. Si offrirono di accompagnarlo all’isola di Ebon, dove avrebbe avuto più disponibilità di mettersi in contatto con qualche unità di salvataggio.

Fece ritorno a casa dopo 438 giorni e fu necessario un anno e mezzo per tornare a vivere il ritmo ordinario della vita. Fu sommerso dalla stampa, ma in più occasioni rifiutò: era stanco, ancora sotto schock. Ma nonostante tutto, sentì l’esigenza di dire alla stampa una frase, che voglio riportarvi.
Disse: “Non importa cosa ti accada in vita, la vita rimane una sola, dunque apprezzala e vivila fino in fondo”. Un invito che abbiamo nel cuore forte e chiaro.

Alvarenga mantenne la promessa e fece visita ai genitori di Ezequiel, addolorati per la tragica sorte che era capitata al figlio.

E voi, cosa ne pensate? Che commento vi inspira una storia simile? Noi di Instabilmentecontaminazionidarte siamo tutt’orecchi e attendiamo vostri responsi.

Per il momento vi basti sapere che il resoconto di quest’avventura potete trovarlo all’interno del libro 438 Days di Jonathan Franklin. Ve ne consiglio la lettura.

Per il momento, invitandovi come sempre a tenere sott’occhio il podcast di Visions Make Beauty a cura di Barbara Favaro, io vi abbraccio forte.

“QUEST FOR BEAUTY” by SARA MELOTTI

SM3Sara è una ragazza bellissima, lo potete ben vedere da queste immagini. Dentro i suoi occhi, però, c’è la parte migliore.

E’ quella che le permette di guardare la Bellezza sparsa sul pianeta Terra per seguirne le tracce fin dove nessuno sembra accorgersi che ce ne sia. E che ce ne sia così tanta.

Sara la sa trovare, la sa imprimere in immagini attraverso la sua macchina fotografica e la sa donare a chi incrocia la sua strada.

Il suo progetto Quest for Beauty ha nel titolo il suo intento: rendere eterna la Bellezza delle donne che incontra con un click. Lo fa con la grazie di una farfalla che si sa posare su volti e corpi senza offuscarne i colori e la sostanza.

Sta girando il mondo, sta assorbendo cultura e incanto dai luoghi che attraversa per portarli un po’ più vicino a noi. Con eleganti passi di danza.

SM1Se volete immergervi nella sua Visione di Bellezza questo è il sito: www.questforbeauty.co

Scoprirete la sua storia, i suoi sogni e le storie che pulsano dietro ogni scatto.

Vi verrà voglia di viaggiare, di conoscere, di incontrare.

Vi nascerà il desiderio di essere fotografati da Sara per guardarvi con i suoi occhi almeno una volta.

Se il progetto vi piace, e non ho dubbi che vi piacerà, potete aiutarla facendo una donazione così da poter finanziare anche solo in piccola parte la realizzazione del suo ambizioso e brillante intento.

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In attesa di poter ammirare le sue fotografie dal vivo (a fine maggio o inizio giugno – vi terremo aggiornati) ha in programma una mostra a Brescia, con la speranza di poterla intervistare per il nostro podcast Visions make Beauty, non posso che consigliarvi di lasciarvi incantare da Sara e dalle sue bellissime donne.

A presto!

Barbara

 

 

 

 

La Bellezza di Henry Dagg (e delle sue invenzioni strampalate)

Bentornati al nostro spazio dedicato alle Visioni che creano Bellezza nel mondo!

Durante la nostra scorsa escursione  ci eravamo soffermati su Steve Casino, un artista che ricava dai gusci delle noccioline ritratti fedeli di artisti e di persone comuni. Questa volta, per non essere da meno e per proseguire con il nostro file rouge di creatività estroversa, ho scelto di mostrarvi il talento di un uomo che davvero potrebbe essere scambiato per il personaggio di un romanzo. Vedete, ne La schiuma dei giorni il protagonista Colin inventava un pianoforte capace di creare, a seconda della melodia che veniva suonata, cocktail che variavano per colore, ingredienti e gradazione alcolica; in Castelli di rabbia, invece, Baricco immaginava l’umanofono, una sorta di organo in cui però al posto delle canne c’erano delle persone e in cui ogni persona emetteva una nota e una sola: la sua personale. L’artista in questione, bizzarro ma vero, si è inventato qualcosa di molto simile e ha lasciato tutti a bocca aperta. Letteralmente.

Ma di chi stiamo parlando? Beh, di Henry Dagg, tecnico del suono che lavora presso la BBC e che ha all’attivo due delle invenzioni più stravaganti della storia della musica. Il primo strumento musicale, chiamato Sharpsichord, è un ibrido tra un’arpa e un carillon formato da 46 corde connesse a cilindri inizialmente designato per la English folk dance and song society come strumento interattivo da esibire ai visitatori della Cecil sharp house e poi divenuto strumento musicale a tutti gli effetti nell’album Biophilia della cantate islandese Björk, precisamente nella traccia Sacrifice (la potete ascoltare cliccandoci sopra). Potrete comprendere effettivamente la portata di questo strumento guardando questo breve video.

Ma Henry Dagg non ha certo frenato la sua galoppante fantasia! Rifacendosi all’antica leggenda riguardante la misteriosa esistenza di un organo formato da gatti, contenuta nel tomo Musiciana, extraits d’ouvrages rare ou bizarre (se riuscite, leggetelo: è divertentissimo!) pubblicato dallo scrittore francese Jean-Baptiste Weckerlin, ha inventato e suonato un pianoforte composto da… una sequenza di gattini giocattolo! E gli effetti sono stati veramente memorabili: chiamato a intrattenere il pubblico presente al party in giardino eco friendly organizzato da Carlo, Principe del Galles e dalla Duchessa di Cornovaglia Camilla Shand, Henry Dagg si è lanciato in una performance che ha letteralmente fatto piangere Sua Maestà, completamente incapace di resistere a un frenetico attacco di ridarella (Qui la fonte, in inglese). L’episodio ha fatto in breve il giro del mondo, ma lo strumento è rimasto e nella sua amorevole eccentricità è stato ancora suonato dal nostro eroe. Date un’occhiata a questo video.

Nel regno della Musica cucita come abito di sartoria l’originalità birichina di Henry è un’ancora rassicurante. Spero me ne darete conferma e per noi c’è solo un modo di saperlo: scrivetecelo nei commenti!

Il Capitano e il team di Instabilmente-contaminazioni d’Arte vi abbracciano e vi invitano a non perdervi le prossime Visioni e a seguire il podcast che sta andando in onda.

Ah, quasi dimenticavo: se vi state ancora chiedendo cosa c’entrasse la citazione del romanzo di Baricco, di seguito trovate l’assonanza. Isn’t he lovely?