La Bellezza feroce di Tanya Tagaq

Caro popolo del mare,

è con grande piacere che ritorno al timone della nostra imbarcazione diretta alla scoperta di meandri di Bellezza provenienti da ogni parte, fisica o virtuale essa sia. Ogni volta che spiego le vele il divertimento si unisce alla curiosità e insieme finiscono in spazi imprevedibili come quello di cui vi racconterò oggi, un territorio poco conosciuto e tralasciato, eppure calderone vastissimo di bellezza, dedizione e tradizione, un patrimonio che merita tutela e narrazione.

Tanya-TagaqParliamo del mondo della cantante inuit Tanya Tagaq, un’artista che negli ultimi anni si è fatta strada con il suo coraggio e la sua voce rarissima, cavernosa e cristallina al contempo e che nel giro di pochi anni ha guadagnato collaborazioni con artisti del calibro dei Kronos Quartet e Björk.
Sono molte le qualità a contraddistinguere lo spessore della cantante: la si potrebbe adorare per la peculiarità del suo canto, il Katajjaq, modalità canora che significa canto di gola che prevedrebbe la presenza di due donne e che lei riesce a concentrare in un’unica voce – la sua, per l’appunto – la sua lotta contro i provvedimenti del Governo canadese attuati a spese della sua Comunità, il suo disappunto contro l’anoressia, il suo vestiario fatto di carne di balena, la fierezza di essere un’indigena in un mondo globalizzato.

Dalla sua discografia (ha iniziato a muovere i suoi primi passi solo nel 2008) ho scelto il suo lavoro più recente, sintesi del suo percorso umano, musicale e compositivo: Animism.
Non vi mentirò spudoratamente e vi metterò subito in guardia: questo è un album inusuale, a tratti incomprensibile, in altri morbido e poi subito ruvido di nuovo; la sua voce mercuriale sembra epurare il mondo da tutti i mali, i suoi gorgheggi e la sua raucedine voluta infuocano i timpani come un eritema e lo cicatrizzano come una pomata, in un processo meditativo e filosofico racchiuso nelle note di un progetto che osa e che spinge sull’acceleratore dei sentimenti umani.

Animism infatti traduce la parola inglese che sta per animismo, termine che deriva dall’antropologia per suddividere e classificare le pratiche di culto nelle quali si attribuiscono a cose, luoghi o essere materiali qualità che solitamente spetterebbero a divinità o comunque a essere soprannaturali, ed è in questo caso un processo catartico verso le profondità della specie umana, quasi un osservatorio sui vizi e sulle virtù della nostra specie.

maxresdefaultProprio a partire dall’alienante Caribou, infatti, cover distorta degli statunitensi Pixies, la cantante sembra voler condividere il suo intento. Canta il fastidio per la grettezza della vita urbana e invoca l’incarnazione in un essere primordiale che la trascini via dalle brutture e dalla frenesia, in un equilibrio coinvolgente e sconvolgente, nel quale alla fine – facile da immaginare – prevale un invocatio bestiale che riporta l’arrogante uomo-massa in un girone di dubbi e di incertezze, avvolto da una pellicola asfissiante che richiama all’apocalisse. Tanya ci avverte: l’essere umano sta distruggendo il Pianeta, quest’ultimo non si lascerà intimidire e ci scrollerà di dosso.

Non è un caso, dunque, che Uja, il primo singolo ad essere stato estratto, si apra con un rumore assordante di orologio, di secondi scanditi per rimarcare simbolicamente un tempo che si fa sempre più ristretto e più urgente. Le stesse voci sovrapposte, come galoppo indomito e poi come gemito infervorato, accompagnano l’incedere in un ensemble di strumenti a fiato e di batteria.

o-SEALFIE-facebookBisogna anche dire che il ruggito coraggioso di Tanya trova il suo speculare riscontro anche nella vita della cantante, impegnata da parecchi anni nella difesa dei suoi territori contro lo sfruttamento di multinazionali e contro gli scarsi provvedimenti del Governo canadese in materia. Non solo: la foto scattata da lei di sua figlia accanto a una balena morta in segno di protesta contro la disinformazione e l’ignoranza provocò un’ondata di sdegnò che non la salvò dalle critiche più feroci, tra cui l’esplicita richiesta di un intervento da parte dei servizi sociali perché ritenuta incapace di attendere al ruolo di madre, vista l’efferatezza di un gesto così plateale. Non tardò a difendersi, con il suo spirito provocatorio: dichiarò che la caccia alle balene è stata da sempre un mezzo di sostentamento per il popolo Inuk che viveva nei pressi di Nunavut e che lo sciame di moralisti avrebbe fatto bene a riversarsi contro l’ingresso dei vari MacDonald’s . A testimonianza di ciò raccontò un aneddoto: la sua gente uccide una balena solo per pura necessità e dopo averla uccisa ripone del ghiaccio nella bocca del mammifero attendendo che si sciolga affinché il suo spirito non abbia sete.

L’album prosegue con Umingmak, brano centrale per la comprensione del canto singolare della cantante: l’episodio evidenzia la genesi del canto, il botta-e-risposta tra due donne – qui riassunte in una sola vocalità – che giocano a comporre un puzzle sonoro in cui le voci, come palline di ping pong, si rimbalzano contro l’una con l’altra. E nell’intricato contrassegno di due voci che sgorgano da una sola gola, Tanya Tagaq farcisce il suo progetto di suoni misteriosi e di profondo amore per la natura. Ne è un chiaro esempio il brano Rabbit, nel quale la cantante evoca, per affinità di nenia, la performance dell’artista tedesco Joseph Beuys dal titolo How to Explain Pictures to a Dead Hare del 1965.

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Convince anche la spettrale Howl, ritratto stregonesco di un gufo al suo occaso. Il produttore Jesse Zubot e il percussionista Jean Martin tengono le redini di un suono compatto, organico, genuino come in ben poche altre occasioni. Quasi un’epopea in musica, una diapositiva mitologica di un’epoca ormai troppo remota per apparire veritiera.
Con Flight il suono diviene la stessa voce dell’artista, che dipinge vocalizzi astratti su uno strato di permafrost che oscilla tra il lento e il disperato. Una ninna nanna grottesca celebra la distruzione del pianeta: Troia è espugnata e Cassandra getta le sue urla perché nessuno le ha creduto.

In Damp animal Spirits riemerge la vena jazzistica dell’improvvisazione, circondata da contrappunti e archi investigativi. La cantante guarda al passato dei primi album e si getta in un crescendo avvolgente, per poi tornare a bassa quota con un equilibrio specioso, che si sbriciola verso la fine per ritornare al sussurro e al silenzio.

Tanya-Tagaq-SXSW-2015Ma è con Frackling che l’animismo si avvera e il rituale viene portato a termine: la spiritualità delle cose più profonde viene celebrata con un canto sciamanico, da una Tanya Tagaq che disinibisce le preoccupazioni e affonda l’ugola in un canto tellurico che scomoda i nomi dell’avanguardia più impensabili: c’è Diamanda Galas con la sua rabbia inestinguibile, c’è Luciano Berio con la sua scaltrezza tecnica inenarrabile. Compaiono anche Demetrio Stratos e Jarboe. Soprattutto, per chi lo ha ascoltato tutto e senza interruzioni, il miraggio svanisce e l’incantesimo ipnotico giunge al capolinea. Ci si rende conto che è tutto vero e che niente è stato un viaggio: il pianeta Terra sta attraversando una crisi valoriale senza precedenti, riversando su se stessa tutta la sua furia eversiva. Vige un’urgenza creativa che si presti a una spiritualità accesa ed empatica, che possa far rialzare il capo alla specie umana.

Non stupisce, date queste premesse per chi ancora non l’avesse sentito, che l’album sia valso alla cantante il prestigiosissimo Polar music award nel 2014, considerato al pari del Nobel per la musica.

E voi, cosa ne pensate? Siete pronti a farvi conquistare dalla bellezza di questa cantante o resterete allibiti sulla soglia dei primi secondi? Una preghiera, a tal proposito: andate oltre l’asperità e raggiungete il cuore dell’album, toccherete il palpito del sentimento del genere umano.

Non perdete la prossima escursione per Visions make Beauty, io sarò puntuale ad aspettarvi.

Il Capitano

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