La Bellezza della resilienza, l’avventura di Salvador Alvarenga

Il mare non ha paese nemmen lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là dove nasce e muore il sole.

(Giovanni Verga)

Bentrovati cari appassionati delle nostre traversate lungo le scie delle visioni che creano bellezza nel mondo!

Quest’oggi ho il piacere di raccontarvi un’altra storia che ha dell’incredibile e che potrebbe, visto che siamo tutti affezionati alla letteratura, trovare un riscontro romanzesco nelle parole di Daniel Defoe o anche di Edgar Allan Poe (mi riferisco a quel capolavoro poco conosciuto che è Le avventure di Gordon Pym).

lost fisherman Salvador Avarenga making radio contact after landing on Ebon Atoll

L’uomo che vedete nell’immagine si chiama Salvador Alvarenga e la sua storia ha fatto in breve il giro del mondo, lasciando tutti senza fiato per il coraggio, la forza e la capacità di resistere. Ma andiamo con ordine.

Salvador Alvarenga è un pescatore proveniente da El Salvador che all’epoca dei fatti aveva 36 anni e che lasciò la costa del Messico in una piccola imbarcazione insieme a un compagno di avventure e fu colpito da una terribile tempesta che lo spinse fino all’atollo Ebon, municipalità delle isole Marshall. Per 14 mesi patì la fame, la sete, la solitudine, lo sconforto e nonostante ciò, grazie alla sua capacità di resistere agli eventi, propriamente chiamata resilienza, sopravvisse. La sua storia ha dello straordinario.

Tutto ebbe inizio il 12 novembre 2012, giorno in cui l’imbarcazione di Alvarenga e del suo compagno Ezequiel Córdoba fu duramente colpita da una tempesta, che inizialmente non intimorì i nostri prodi: d’altra parte Alvarenga è un ex capitano e sentì, nell’immediato, di poter rilanciare la situazione recuperando l’itinerario della rotta. Ma qualcosa andò storto e un’infinità di sfortune cominciò a ostacolare l’avventura dei nostri.

Allontanandosi sempre più dalla zona costiera, l’imbarcazione cominciò a essere appesantita dalla quantità di acqua presente a bordo, che Córdoba ostinatamente riversava in mare con secchiate decise. Intanto Alvarenga, che cominciava a comprendere che la situazione non era delle più ordinarie, protesse il frigorifero di riserva che conteneva gran quantità di pesce. Se solo fosse stato possibile raggiungere una costa, il denaro non sarebbe stato affatto insufficiente: con la quantità che avevano portato a bordo avrebbero potuto acquistare cibo e bevande per almeno una settimana. Inoltre Alvarenga, che non era sprovveduto, si era equipaggiato per ogni evenienza con una massiccia quantità di benzina, sardine da pesca, ami, un arpione, coltelli. Ma anche una radio e un segnale di GPS (sfortunatamente incapace di resistere all’urto continuo d’acqua).

Córdoba non era stato il compagno inizialmente designato per l’avventura: Alvarenga avrebbe di gran lunga preferito Ray Perez, amico di una vita e collega, che si era però ricreduto all’ultimo minuto. Era stato a questo punto che Alvarenga, pur di non rinunciare alla sua avventura, aveva reclutato un ventiduenne dal soprannome Piñata che viveva nella laguna, dalle straordinarie capacità fisiche, in grado di lavorare non stop per 12 ore al giorno. L’inesperienza, però, giocò un brutto scherzo ai nervi del giovane, che dalla tempesta in poi non fu in grado di fornire il giusto supporto, gridando e svolgendo il minimo necessario per rimanere in vita il più a lungo possibile.

Ma Alvarenga non si diede per vinto: continuò a indirizzare l’imbarcazione verso le coste, affidandosi alle sue capacità di orientamento metabolizzate lungo il corso di una vita intera. Ma proprio quando la direzione era giusta e si cominciava a scorgere l’orizzonte, a sole due ore da terra, il motore cominciò a tossire e anche l’ultima riserva di benzina svanì del tutto. E con essa il ritrovato entusiasmo di poter porre fine all’increscioso avvenimento.

Fu allora che chiamò la Costa Azzurra, dichiarando loro che il segnale GPS aveva smesso di funzionare e rivelando che non avevano un’ancora di salvezza. L’amico Willy lo rassicurò comunicandogli che sarebbero presto arrivati a salvarli dal pasticcio. Ma il mare incontrollabile fece il suo corso e l’appesantirsi dell’imbarcazione, sempre più sovraccarica di pesce, non agevolò la situazione. Alvarenga capì la gravità della situazione e indossò il giubbotto di salvataggio e un salvagente, riponendo proporzionatamente i carichi sull’imbarcazione affinché non si ribaltasse in mare, nonostante il peso sempre maggiore. Con l’inasprirsi delle onde e con l’allontanarsi dalla costa, anche il segnale radio smise di funzionare. Senza GPS, senza contatto radio, senza risorse di carburante, Salvador Alvarenga cominciò ad avvertire la morsa del terrore puro.

Il freddo cominciò a tormentare i due naviganti: stretti l’uno contro l’altro cercavano di riscaldarsi il più possibile e di resistere al freddo dell’acqua che puntualmente raggiungeva i bordi dell’imbarcazione ed entrava, e delle raffiche di vento che la facevano continuamente oscillare senza sosta. Alvarenga, accortosi che gli approvvigionamenti andavano ormai scarseggiando, optò per una nuova tecnica di pesca: si chinava in mare con le braccia alla ricerca di qualunque cibo commestibile  e lo afferrava a mani nude per riportarlo a bordo. Una volta catturato, l’animale veniva colpito sul bordo dell’imbarcazione finché non moriva e una volta morto Piñata era solito pulirlo e lasciarlo al sole ad essiccare. Ma il cibo era scarso, procurarselo era un’impresa difficile ed estenuante e immergere la testa in acqua provocava ovviamente profondo dolore ad Alvarenga, scosso dal freddo e dall’immane fatica. Come se non bastasse ogni piccolo cimelio che riuscivano a rimediare veniva consumato crudo, in assenza di mezzi con i quali cuocerlo. “Ero così affamato”, dichiara Alvarenga, “che presi l’abitudine di mangiarmi compulsivamente le unghie fino a vederle sanguinare.”

Non era chiaramente solo il cibo, l’unico flagello a colpirli. Era la sete, la più implacabile delle disgrazie. Alvarenga, a questo punto, suggerì al suo amico di sventura di bere urina, salata ma non rivoltante. Con l’acqua di mare, poi, Salvador sapeva che era meglio non immischiarsi troppo. Berla sarebbe stato come firmare un contratto di morte istantanea. Dopo 14 giorni in mare aperto una tempesta di pioggia tornò a colpire l’imbarcazione. I due amici si sdraiarono in lacrime con la bocca spalancata a inumidirsi le labbra. Dopo giorni di urina e sangue di tartaruga, l’acqua piovana sembrava un miracolo straordinario. La pioggia fu sapientemente trattenuta a bordo, i due riuscirono a vincere il desiderio di riempirsi la pancia senza sosta.

Dopo settimane e settimane, Alvarenga era diventato esperto nel distinguere i rifiuti in mare ed era riuscito a recuperare bottiglie e sacchi dell’immondizia. Si arrangiavano così: resti di chewing gum, latte rancido, scarti di cene. Tutto era migliore del digiuno assoluto.

Nel silenzio totale, i due si fecero una promessa: se uno dei due fosse riuscito a sopravvivere, avrebbe raggiunto la madre dell’altro e si sarebbe scusato per essersi comportato così scioccamente e per aver sfidato le onde. Córdoba cominciava ad avvertire lo spettro della morte e trascorreva le giornate lamentandosi e chiedendo la grazia a Dio in lacrime. La morte arrivò tra un lamento e l’altro. Morì ad occhi aperti. Alvarenga, per gorni, finse che nulla fosse accaduto. Continuò a fare tutte le attività che aveva svolto: il recupero di rifiuti in mare, la pesca alla bell’e meglio, l’attesa di una goccia di pioggia salvatrice. Ma poi il trauma lo colpì dritto al cuore sei giorni dopo. Lavò i piedi dell’amico, lo svestì come in rituale, lo abbracciò per l’ultima volta e in un pianto a dirotto lo lasciò andare in mare, per non appesantire ulteriormente l’imbarcazione.

Furono la forza di volontà e il rifiuto per il suicidio a tenere in vita Alvarenga, che nel frattempo, da solo e lontano da rinforzi, cercava conforto nella sua immaginazione e nelle sue conoscenze. Suo nonno, da piccolo, gli aveva insegnato come tenere conto del tempo a seconda dei cicli lunari. Ne aveva contati 15.

Mesi più tardi, quando pensava che la morte sarebbe ritornata a bordo per raccogliere anche il suo corpo consumato dalla fame e dalla sete, uno stormo di uccelli lo risvegliò dal torpore e l’intorpidimento si tramutò in forza quando vide davanti ai suoi occhi un isolotto. Prese una decisione drastica: prima si tolse il salvagente e poi decise che, nel bene o nel male, quello sarebbe stato l’epilogo del suo folle viaggio.

Si concluse nel bene, fortunatamente. Facendosi trasportare dalla corrente, rannicchiato come una tartaruga, giunse a Tile Islet arenandosi a riva. Fu ritrovato dalla coppia Emi and Russel e racconta che nonostante non comprendessero le rispettive lingue cercarono di aiutarlo il più possibile. Che anzi: meno si capivano e più divertenti e surreali diventavano i dialoghi. Si offrirono di accompagnarlo all’isola di Ebon, dove avrebbe avuto più disponibilità di mettersi in contatto con qualche unità di salvataggio.

Fece ritorno a casa dopo 438 giorni e fu necessario un anno e mezzo per tornare a vivere il ritmo ordinario della vita. Fu sommerso dalla stampa, ma in più occasioni rifiutò: era stanco, ancora sotto schock. Ma nonostante tutto, sentì l’esigenza di dire alla stampa una frase, che voglio riportarvi.
Disse: “Non importa cosa ti accada in vita, la vita rimane una sola, dunque apprezzala e vivila fino in fondo”. Un invito che abbiamo nel cuore forte e chiaro.

Alvarenga mantenne la promessa e fece visita ai genitori di Ezequiel, addolorati per la tragica sorte che era capitata al figlio.

E voi, cosa ne pensate? Che commento vi inspira una storia simile? Noi di Instabilmentecontaminazionidarte siamo tutt’orecchi e attendiamo vostri responsi.

Per il momento vi basti sapere che il resoconto di quest’avventura potete trovarlo all’interno del libro 438 Days di Jonathan Franklin. Ve ne consiglio la lettura.

Per il momento, invitandovi come sempre a tenere sott’occhio il podcast di Visions Make Beauty a cura di Barbara Favaro, io vi abbraccio forte.

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